CHIAMATI ALLA SANTITÀ

Ricevere il battesimo significa mettersi sulla strada della radicalità del discorso della montagna: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). In effetti, si tratta della realizzazione più piena di quella dignità dell’uomo che Gesù Cristo ci ha acquistato incarnandosi e morendo per tutti sulla croce (cfr. Novo millennio ineunte, nn. 30-31). Scrive il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi: «La santità appartiene al DNA della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Lungo i secoli i santi hanno costi­tuito le bussole spirituali, che hanno orientato l’umanità verso Dio. Essi sono gli autentici innovatori della storia. Con la loro esemplarità umana e spirituale migliorano il mondo, perché lo fecondano beneficamente con la verità e la carità infinita di Dio».

Papa Francesco, durante l’udienza generale del 19 novembre 2014, ricordava che «un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione». Questa dimensione rende più facilmente comprensibile che «tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore» e sono investiti della «vocazione universale ad essere santi». In cosa consiste tale vocazione e «come possiamo realizzarla?». Il Pontefice ha risposto, osservando innanzitutto che «la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità», bensì «un dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui». In altre parole la santità è «il volto più bello della Chiesa» che ci fa scoprire «in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore»; essa non è «una prerogativa soltanto di alcuni» ma «costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano».

Per portare avanti la sua opera, il Beato Giacomo Alberione ha sentito fin dall’inizio la necessità di attorniarsi di persone capaci, ma soprattutto persone sante, che vivessero cioè la totalità dello sviluppo personale che trova l’ideale nel modello Cristo. Così volle mettere come base della formazione paolina l’altissimo ideale di san Paolo: Donec formetur Christus in vobis (Gal 4,19).

A Don Alberione non mancarono certo le prove, anche molto dure. Eppure, in una occasione confidò ai primi giovani: «Due soli i miei fastidi: che io non sono ancora abbastanza buono e voi non siete ancora abbastanza santi. Questi due solamente sono i miei fastidi, altri non ne ho, tutto il resto è nulla e viene da sé» (Diario di T. Giaccardo, 15 febbraio 1918).

La vera originalità di Don Alberione non è stato l’aver adottato i moderni mezzi della comunicazione per evangelizzare, ma l’averne posto alla base una teologia e una mistica apostolica. Parlando della direzione dei periodici paolini, racchiude il senso dell’apostolato che vi si compie in questa esortazione: «O sacerdoti scrittori, scriviamo dopo la santa Messa, e facciamoci canali per cui il Sangue di Gesù passi dal suo Cuore, riempia il nostro, e per troppo pieno versi nei lettori… O scrittore Sacerdote, il frutto dipende più dalle tue ginocchia che dalla tua penna! Più dalla tua Messa che dalla tecnica! Più dal tuo esame di coscienza che dalla tua scienza!» (Carissimi in San Paolo [CISP], p. 20).

In un altro testo, dove parla del dovere di mettersi all’avanguardia nel servizio alla Chiesa con un apostolato certamente di frontiera, conclude: «Vi sia la persuasione che in questi apostolati si richiede maggior spirito di sacrificio e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di orari, denaro che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di ogni genere, perspicacia nella scelta dei mezzi… Occorrono dei santi che ci precedano in queste vie non ancora battute ed in parte neppure indicate. Non è affare di dilettanti, ma di veri apostoli» (CISP, p. 807). Questo auspicio trova la sua realizzazione nella consacrazione vissuta in comunità, dove l’apostolo è radicato in una solida vita di preghiera che ha come sfondo l’ansia apostolica dell’Apostolo Paolo. Essa lo pone a contatto con il Maestro divino vivente nell’Eucaristia, che progressivamente lo fa «diventare conforme all’immagine del Figlio di Dio». Da questo non va disgiunta una soda formazione culturale, necessaria per poter svolgere adeguatamente l’apostolato con i mezzi moderni, che esige uno sforzo continuo e intelligente per non correre il rischio di camminare fuori del tempo.

Ciò che più evidentemente caratterizza la vita paolina è l’«apostolato» che, in molti casi, pur conservando una forte organizzazione, è vera evangelizzazione, e ci ricorda sempre che per sua natura la santità paolina è santità apostolica. «Apostolo è colui che porta Dio nella sua anima e lo irradia attorno a sé. Apostolo è un santo che accumulò tesori e ne comunica l’eccedenza agli uomini. L’apostolo ha un cuore acceso di amore a Dio e agli uomini; e non può comprimere e soffocare quanto sente e pensa... Egli, al dire di uno scrittore, trasuda Dio da tutti i pori: con le parole, le opere, le preghiere, i gesti, gli atteggiamenti; in pubblico ed in privato; da tutto il suo essere. Vivere di Dio! E dare Dio» (Ut perfectus sit homo Dei [UPS], IV, 277).