Hanno detto di lui

Card. Antonio Piolanti: «La sua santità viene a confortare sia quella numerosa parte di clero che, nella silenziosa donazione di sé, è all’avanguardia di un impegnato rinnovamento cristiano dell’umanità, sia l’altra che, nella costante adesione al supremo Magistero si dedica, con scrupolosa diligenza nell’insegnamento, al delicato compito di preparare i giovani leviti all’apostolato. In questa memorabile ora della Chiesa, la figura sacerdotale del canonico Chiesa, per il fascino della sua interiore bellezza e per l’originalità e la freschezza della sua opera apostolica, acquista una nota di viva attualità, e sembra veramente degna di essere proposta alla venerazione ed imitazione di tutti i ministri di Dio e di tutti i fedeli di Cristo».

 

Don Giacomo Alberione: «La sua parrocchia era considerata una parrocchia modello, un centro di iniziative e di opere vive, una comunità in cui, senza esteriorità rumorose, la vita cristiana in genere si viveva sempre meglio, con un cenacolo di anime fervorose e virtuose. In essa l’istruzione cristiana era data con eccezionale abbondanza, il parroco era tanto amato, consultato, giudicato sì istruito, ma soprattutto un sacerdote di rara virtù e vero padre di tutti i parrocchiani».

«Ha esercitato le virtù in modo eroico: in particolare modo la pietà, l’umiltà, la castità, l’obbedienza e la mansuetudine... Calcolando le ore che il Servo di Dio impiegava nell’esercizio della pietà, le ho trovate equivalenti a quelle impegnate dai religiosi trappisti. Aggiungo la testimonianza che ho trovato negli scritti del teol. Giaccardo e che riferisce il giudizio espresso da mons. P. Gianolio, vicario generale di Alba: “Il can. Chiesa è stato straordinario nell’ordinario, il cui ordinario era molto e molteplice, poiché egli faceva diventare tutto ed ogni cosa ordinario... Questo ordinario è stato fatto in modo perfetto ed eroico”».

                                               

Don Luigi Rolfo: «La sua santità non era spettacolare: non colpiva, non impressionava, non si faceva notare. Egli non si impose mai grandi digiuni ed astinenze, non fece mai lunghe veglie, non praticò, per quanto sappiamo penitenze corporali, non assunse mai atteggiamenti che ostentassero pietà. Esternamente era un uomo normale... Pensai sempre a lui come ad un sacerdote santo d’una santità quasi spontanea, naturale, innata, frutto di un temperamento estremamente felice, che lo disponeva al bene e gliene facilitava la pratica».

«Se ci fu un uomo che Alberione amò ed ammirò nella maniera più incondizionata, nel quale ripose la sua totale fiducia, alla quale affidò tutta la sua vita e la sua istituzione, questo è il venerabile Chiesa. Ma la stima, la fiducia, l’ammirazione e l’empatia soprannaturale, nutrita di umiltà, fu reciproca; così che, a un certo punto, non si sa se sia il maestro o padre a imporsi, a guidare; o se sia il discepolo, divenuto a sua volta forza trainante e stimolante per il suo direttore spirituale, a “protendersi in avanti”, come sedotto dal suo carisma divenuto seduttore di tutti».

 

Tullio Brida: «La prima impressione che ho avuto di lui e che ho sempre mantenuto anche a distanza di tanti anni, è che non solamente era un uomo intelligente, spirituale e ricco di dottrina, ma che era un santo. Ed era questa anche l’opinione e la stima di tutti i miei condiscepoli. Avevamo di lui la massima stima ed il massimo rispetto perché vedevamo in lui un uomo di Dio, pieno di dottrina e di santità. Posso assicurare con tutta sincerità che io non ho mai notato in lui nessun difetto, né nelle parole né nei gesti e sempre e da tutti ho sempre sentito parlare di lui come di una persona santa e stimata da tutti… Sempre mi ha dato l’impressione di un mistico e di un contemplativo... A distanza di tanti anni, non solo ho la impressione, ma la convinzione che il can. Chiesa fosse un vero santo ed un grande santo per tutte le virtù cristiane che ha esercitato con continuità, semplicità e gioia interiore. La santità del Chiesa non era una santità fragorosa e appariscente, ma umile e nascosta, per cui solo chi lo ha avvicinato si accorgeva di essere davanti ad un’anima superiore e santa. Prego e spero che il Signore ci conceda la grazia della sua esaltazione agli onori degli altari come modello ed esempio di santo pastore da imitare».

 

Don Eugenio Fornasari: «Come professore rivelò vivo acume teologico, lucida capacità di sintesi, facilità di analisi, per cui sapeva rendere accessibile la dottrina anche agli scolari meno dotati, introducendoli alla riflessione e all’approfondimento della verità. Non era una scuola fredda; si intuiva in lui il mistico che attraverso la conoscenza arriva al dialogo con Dio, alla preghiera, alla contemplazione… Le tesi erano chiaramente enucleate… nelle analogie che traeva dalla sua cultura varia e multiforme: nozioni di fisica, matematica, geometria, musica, arte, geologia, botanica; sembrava che la sua mente fosse una biblioteca ambulante, meravigliosamente ordinata».

 

Can. Pasquale Gianolio: «Aveva un grande rispetto per la persona umana, e, benché conoscesse i lati positivi e negativi di ciascuno, metteva sempre in evidenza la parte buona. E questo aveva portato negli altri la convinzione che fosse troppo ottimista e mancasse di vedute reali e giudicasse tutti buoni come lui, mentre mi risulta che egli conosceva negli altri anche i lati negativi, che manifestava quando, per dovere, doveva esprimere il suo giudizio. Posso attestare di non avere mai sentito dalla sua bocca neppure una parola che suonasse mancanza di rispetto e di carità verso gli altri. Sapeva anzi difendere qualche confratello caduto».

 

Can. Agostino Vigolungo: «Se dovessi riassumere la mia testimonianza sul can. Chiesa, io non troverei altra formula più conforme alla sua personalità e alla sua vita di questa: tutto uomo, uomo tutto di Dio, uomo tutto consacrato, uomo tutto dedicato. La totalitarietà era la nota dominante della sua vita».

«Amava Dio sopra ogni cosa e per questo amava ogni cosa in Dio... In lui appariva più l’austerità che la tenerezza; di più il raccoglimento che l’espansività: eppure la sua casa, la sua chiesa, i suoi oratori, le sue scuole, il suo confessionale, il suo pulpito, respiravano l’amore, quell’amore mezzo divino e mezzo umano, che non si saprebbe come precisare, ma che trova il suo paragone in quella dolcezza che Gesù creava nei cuori buoni».

 

Sebastiano Marchisio: «Fu un uomo che seppe controllarsi e dominarsi sia di fronte alle cose spiacevoli che di fronte alle cose piacevoli. Non l’ho mai visto prendere alcun cibo o bevanda fuori dei pasti comuni. Nei pasti poi era molto parco e misurato... La quantità dei cibi era pure costantemente misurata...».

«Nel periodo in cui io gli fui vicino, corrispondente agli ultimi 6 anni della sua vita, mi ha particolarmente edificato con la umiltà e semplicità, fede e pietà, e con la povertà ed il distacco: ritengo che nel praticare queste virtù il Servo di Dio oltrepassasse i limiti ordinari, e fosse veramente costante, pronto e lieto».

 

Ignazia Balla: «Mi è apparso come l’ideale del sacerdote per le sue virtù e la sua attività pastorale. Mi pare che l’insieme di tutta la sua vita, ossia la sua attività pastorale, di insegnante, di predicatore, di scrittore, di confessore, la sua affabilità con tutti, la sua semplicità, suppongono una vita di grande ricchezza interiore, una vita veramente evangelica, secondo l’espressione di Gesù: “Dai frutti conoscerete l’albero”».

 

Can. Natale Bussi: «Quando adesso, dopo tanti anni, penso a tutta la vita del can. Chiesa come io l’ho conosciuta, la vedo un perfetto modello di vita sacerdotale. Quando ho occasione di parlare ad altri del can. Chiesa, lo presento sempre così: come un modello».

«Fu veramente un parroco modello: nei trentatré anni di ministero parrocchiale il Servo di Dio trasformò la sua parrocchia. Promosse la frequenza ai sacramenti, soprattutto curò l’istruzione religiosa e catechistica. Le sue prediche permeate di Bibbia e Teologia erano ascoltate volentieri con frutto. Fu maestro impareggiabile nella scuola del catechismo, nella formazione delle catechiste e nella preparazione dei sacerdoti alle scuole di catechismo: le lezioni raccolte in un volume sono un trattato prezioso di catechesi».

 

Giovanni Chiavarino: «Nel suo parlare, nelle lezioni a scuola, nei suoi colloqui, nel suo atteggiamento esterno, persino nel camminare, dava l’impressione di una persona in continuo colloquio con Dio, quasi immersa in una atmosfera soprannaturale; e questa intimità con Dio si rifletteva sul suo volto atteggiato a una imperturbabile serenità, che dava da pensare si potesse applicare a lui quanto diceva l’apostolo Paolo: “Mihi vivere Christus est”».

 

Francesco Falletti: «Mi sono chiesto parecchie volte come il Servo di Dio potesse attendere a tutta la sua molteplice attività nutrendo il suo fisico in modo così misurato. Era molto parco nel cibo, come pure nel bere. Fuori pasto prendeva qualcosa solo se la convenienza lo esigeva. Osservava regolarmente il digiuno ecclesiastico e lo ricordava anche agli altri membri della casa canonica... Riposava in un letto normale... Non l’ho mai visto fumare o prendere liquori, sebbene ne tenesse in canonica per i membri della casa e per i forestieri. Amava il silenzio e la solitudine... Il suo comportamento era sempre misurato e raccolto, sia in chiesa che fuori».

 

La signora Cecilia Barbero: «Era molto umile, schivo di tutto ciò che gli poteva portar onore, grande per ciò che tornava a onore di Dio e del prossimo. Carattere molto buono, pensoso, delicatissimo se si conosceva da vicino, perché dalla persona superficiale veniva giudicato, a volte, superbo e aristocratico. Era un poco impulsivo, anche se immediatamente dopo qualche scatto se ne scusava, dando chiaramente a vedere il suo sforzo per controllarsi».