Breve Biografia

Francesco Chiesa nasce a Montà d’Alba (Cuneo) il 2 aprile 1874 in una famiglia di grande fede. I genitori, Lorenzo Chiesa e Teresa Aloi, sono modesti commercianti, di esemplare condotta morale e religiosa. Viene battezzato il sabato santo con i nomi di Francesco e Pasquale. Dopo di lui, vedranno la luce altri tre fratelli e tre sorelle.

Fin da bambino è molto rispettoso e obbediente; ama anche servire all’altare nelle funzioni sacre, distinguendosi per senso di responsabilità, precisione e devozione. All’età di 9 anni è accolto nel pre-seminario di don Pavia a Torino, dove le condizioni sono durissime e mettono a dura prova la tenacia di Francesco. Nel 1886 entra nel seminario di Alba. Mostra subito di possedere eccellenti qualità morali e intellettuali. Intelligente, sensibile e volitivo, cura molto la propria formazione in vista del sacerdozio e punta su tre capisaldi: pietà, studio e disciplina.

Compiuti gli studi filosofici e teologici, si laurea in Teologia a Genova il 15 luglio 1897, in Diritto canonico e civile a Torino il 13 dicembre 1898 (della cui Facoltà giuridica diviene direttore collegiale) e in Filosofia a Roma l’8 novembre 1901. Le vacanze estive diventano l’occasione per approfondire la cultura, nonché le lingue dei vicini paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra, Austria. Tutto e sempre ordinato a servire meglio Dio e a diventare un buon sacerdote.

Eccelle nell’insegnamento cui attende per oltre cinquant’anni in seminario, e anche nella Società San Paolo. Sa farsi piccolo con i fanciulli, e molti giovani trovano in lui la disponibilità all’ascolto, la chiarezza di idee e le risposte illuminate che servono a ritrovare la serenità necessaria per proseguire il loro cammino di fede. Comunica alle anime dei giovani chierici e sacerdoti la scienza, lo spirito e le virtù sacerdotali.

Il 23 aprile 1913 viene nominato parroco della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano in Alba e canonico della cattedrale. Sebbene sia più portato allo studio e all’insegnamento che all’azione pastorale diretta, accetta in spirito di obbedienza al suo vescovo e si mette subito al lavoro con serenità e fiducia. In trentatré anni di ministero pastorale, svolto senza riserve, diviene un parroco perfetto e porta la parrocchia, per organizzazione e vita spirituale, al più alto livello di tutta la diocesi.

Stabilisce subito un rapporto di fraterna collaborazione con i viceparroci, che tratta sempre con rispetto, stima e fiducia. Promuove l’istruzione catechistica come punto di partenza per il rinnovamento della vita parrocchiale. A tale scopo organizza corsi di formazione per catechiste, preparando delle ottime collaboratrici, ma anche delle brave madri di famiglia. Cura il piccolo clero, le varie associazioni di Azione cattolica; fonda l’oratorio per i giovani; promuove l’apostolato della preghiera e la pratica dei primi venerdì del mese. Con lettere pastorali mensili cerca di penetrare anche in quelle famiglie che non partecipano alla vita della parrocchia. Tiene corsi di predicazione. Egli stesso prepara omelie e discorsi con scrupolosa diligenza, e la sua parola fervorosa, convinta, semplice e suadente tocca il cuore degli uditori.

Con i parrocchiani è tutto per tutti: aiuta dove c’è bisogno, incoraggia, soprattutto stimola con l’esempio. È vicino con visite frequenti, in modo particolare ai poveri e agli ammalati. Fa ore di adorazione per preparare i moribondi al grande passo. Il segreto del suo straordinario successo come pastore di anime, oltre che allo zelo per la loro salvezza, si deve certamente al lavorio interiore che egli fa su se stesso, curando al massimo la vita ascetica e l’unione con Dio. Sempre disponibile, è molto ricercato come confessore, direttore spirituale, consigliere di sacerdoti, religiosi e religiose, e di qualche vescovo. Nonostante i numerosi impegni quotidiani, egli è fedele a due ore di adorazione al giorno davanti al Santissimo.

Un’attività di notevole importanza la svolge presso le varie ramificazioni della nascente Famiglia Paolina. È confessore, padre spirituale e consigliere di don Giacomo Alberione. I biografi fanno notare la grande diversità di carattere tra don Alberione e il canonico Francesco Chiesa; ma sono più forti le somiglianze, per cui il rapporto tra i due è saldo e duraturo, interrotto soltanto dalla scomparsa del canonico, 46 anni dopo il loro primo incontro. Egli è la guida spirituale di Giacomo Alberione, il suo punto di riferimento, mentre don Chiesa viene a sua volta sedotto dalla personalità e dall’inventiva del suo giovane allievo.

Non solo insegna le materie scolastiche, ma cerca di comunicare al cuore dei giovani lo spirito e le virtù proprie del sacerdote o del religioso. Tra l’altro, esorta i giovani seminaristi ad imparare a memoria due versetti al giorno della Bibbia: esercizio cui egli è talmente fedele ed allenato da arrivare a conoscere a memoria quasi tutta la Sacra Scrittura.

Per la Società San Paolo e per la Famiglia Paolina si può considerare il più grande benefattore, non solo spirituale; infatti molti dei libri delle edizioni della prima ora sono scritti da lui. Non accetta ricompense se non qualche copia del libro di cui è autore. Dotato di grande versatilità nello scrivere, per quasi tutto il tempo della sua vita sacerdotale don Francesco Chiesa porta avanti, con grande perizia, un’intensa attività di scrittore: incomincia con la pubblicazione di articoli di carattere prevalentemente pastorale, ma in seguito pubblica anche vere e proprie opere di teologia, di filosofia e di ascetica, dalle quali, oltre alla vastità della sua cultura, appare evidente lo zelo del sacerdote che tende a raggiungere il maggior numero possibile di persone da illuminare, istruire e salvare. Tra piccoli e grandi, il can. Chiesa scrive ben 94 libri, tra i quali 4 volumi di Lezioni di teologia dogmatica.

Rimane sacerdote diocesano, tuttavia vive intensamente lo spirito di consacrazione dei consigli evangelici, che più tardi san Giovanni Paolo II definirà «speciale ricetta della santità» e «via regale della santificazione». Vuole condividere anche l’ansia apostolica e «paolina» del suo amico e discepolo don Alberione, fino a dichiarare sul letto di morte: «Sono contento di essere sempre stato paolino, e non me ne sono mai pentito».

Nel 1930-1931 soffre di male agli occhi: sopporta tutto con serenità e fortezza. Durante l’ultima guerra mondiale si prodiga verso tanta gente che ha bisogno non solo di assistenza morale ma anche materiale. Nel maggio del 1946, forse anche debilitato dalle fatiche apostoliche e dai disagi della guerra, è colpito da broncopolmonite. Accetta sofferenze e distacco senza un lamento, avviandosi fiduciosamente verso l’incontro con il Signore, che ha sempre amato e servito con convinzione e prontezza.

Compianto da tutti, muore santamente come è vissuto il 14 giugno 1946, all’età di 72 anni. Alla sua santa morte, il vescovo Mons. Luigi M. Grassi lo definisce: «Il migliore dei figli della diocesi».