La venerazione delle reliquie

Molte persone, anche se religiose, sono scettiche verso la venerazione delle reliquie; ciò è forse dovuto a esagerazioni o deformazioni del passato. A lungo lasciato alla pietà popolare, non si trovano riflessioni teologiche o spirituali adeguate ai nostri tempi. Si ha l’impressione che nei nostri tempi sul culto alle reliquie «sia sceso una sorta di silenzio imbarazzante, se non di rifiuto, quasi si trattasse di superstizione o, almeno, di un aspetto di anacronistica religiosità popolare», ha scritto Vittorio Messori sulla rivista Jesus (febbraio 2001). Certo, nella storia della Chiesa ci furono abusi ed esagerazioni, contro i quali reagì spesso il magistero, senza però mai mettere in dubbio la legittimità di questo culto, anzi, lo difese nel secondo concilio di Nicea (anno 787) e lo ha riconfermato nel Vaticano II. È importante mettere al posto giusto questa realtà, presente nella Chiesa sin dai primi secoli, come provano le più insigni reliquie portate da sant’Elena dalla Terra Santa, e poi tutte le altre a partire da quelle dei martiri. 

Uno sguardo alla storia

La parola reliquia deriva dal latino reliquiae (avanzi, resti). Si intende ciò che rimane di qualche cosa, in particolare i resti di una persona morta. Nella tradizione cristiana, a partire dal secolo IV, la voce reliquia fu adoperata non solo per i resti del corpo, ma anche per gli strumenti del martirio, per gli abiti e altri oggetti che avessero toccato la tomba di un martire. Il culto delle reliquie si sviluppò in parallelo al culto dei martiri.

In Oriente la traslazione di reliquie e l’uso dei resti dei corpi dei martiri come reliquie non incontrarono difficoltà; a Roma (e nella parte latina dell’Impero), invece, vigeva la disciplina per la quale il sepolcro non poteva essere aperto né si potevano separare particelle del corpo; nel secolo VIII, però, anche nella Chiesa latina si cominciò ad asportare parte delle ossa, che erano poi deposte in cappelle o sugli altari. Nel sec. IX cominciò l’uso di mettere le reliquie in reliquiari per esporle alla venerazione dei fedeli. Un nuovo impulso fu dato dalla scoperta delle catacombe nel secolo XVI: principi e vescovi si rivolgevano a Roma per avere qualche corpo dei santi conosciuti.

I cattolici hanno sempre ritenuto di poter chiedere più efficacemente l’intercessione del santo attraverso le sue reliquie. Il protestantesimo invece rigettò sia il culto dei santi che delle loro reliquie. Nel 1669 la sorveglianza sulle reliquie fu affidata alla Congregazione per le indulgenze e le sacre reliquie, che nel 1904 fu unita alla Congregazione dei riti e, successivamente, il beato Paolo VI divise in «Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti» e «Congregazione delle cause dei santi» (8 maggio 1969).

Il concilio Vaticano II afferma: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare» (Sacrosanctum Concilium, 111). Il Codice di diritto canonico del 1983 proibisce la vendita e regola il trasferimento delle reliquie. Da parte sua il Messale romano ribadisce la validità dell’uso di collocare sotto l’altare le reliquie dei santi.

Il senso della venerazione

Il culto delle reliquie nacque come memoria e venerazione della tomba di un martire. Qualche secolo dopo, si cominciarono a venerare anche le ossa dei santi monaci, come un gesto di affetto verso i padri. Attraverso la venerazione di ciò che era rimasto del loro passaggio sulla terra, si manifestava la venerazione della loro vita, del loro esempio, e una comunione misteriosa con loro.

Secondo una visione «razionalista», la venerazione delle reliquie è un comportamento arcaico, che ha condotto a delle assurdità. I centri di pellegrinaggio si sono azzuffati per avere le reliquie, ne hanno create, ne hanno fatto commercio, ecc. L’uomo, schiacciato dalla sua condizione, dalla paura della sofferenza e della morte, si rifugia in comportamenti magici, che lo proteggono e gli permettono di sopravvivere. La scienza oggi fa luce su tutte queste attitudini. Molti fenomeni «straordinari» accaduti in passato hanno trovato spiegazione scientifica e quelli che non la trovano oggi, la troveranno domani.

L’atteggiamento opposto è quello magico, assente di ogni spirito critico: le reliquie sono una specie di «talismano» che protegge; il soprannaturale è visto come una forza radioattiva che, senza che la si veda, agisce. Bisogna compiere un certo numero di atti, e il risultato seguirà. Le medaglie, il reliquiario, le preghiere ne sono la condizione obbligata.

Per la verità, la storia concreta dei nostri «santi» è molto lontana da tutto ciò. È chiaro che bisogna evitare gli equivoci e le esagerazioni, e ricondurre alla giusta devozione, ma secondo la dottrina della Chiesa cattolica, gli atti di devozione non sono assimilabili alle pratiche magiche o superstiziose poiché, mentre chi pratica queste ultime crede che esse abbiano efficacia per se stesse, nel caso delle reliquie non è l’atto in sé che ha efficacia, ma la preghiera che ad esso si accompagna; e anche questa ha efficacia solo in quanto la grazia richiesta viene concessa per libera scelta di Dio. Invochiamo i santi perché essi a loro volta intervengano presso il Signore, che è sempre il fine ultimo della preghiera. Venerare una reliquia è venerare la misericordia di Dio che si è realizzata nel santo. Pregare davanti al corpo di un santo è ringraziare Dio che lo ha sostenuto nel cammino della santità.

Dimensione teologico-liturgica

«In realtà – scriveva il Messori nell’articolo citato – la reliquia è il segno della sana materialità del cristianesimo, la sola religione che osi mettere il corpo nel mistero stesso di Dio. C’è qui il sensus fidei che porta i credenti a prendere sul serio l’incarnazione: che non è una sorta di travestimento, ma un’assunzione tale della nostra realtà da portare la fede a confessare che Gesù fu al contempo vero Dio e vero uomo».

Attraverso le reliquie, segni oggettivi, materiali, si ricorda che la speranza cristiana non è uno spiritualismo che attenda solo alla «salvezza dell’anima», come si diceva una volta, ma alla persona nella sua integralità. Contro la tentazione dello gnosticismo, che disprezza la carne e difende il valore esclusivo dello spirito, il culto per il corpo e le cose di coloro la cui carne fu strumento dello Spirito Santo costituisce una valida difesa della fede nell’incarnazione, e anche una affermazione della realtà della chiamata alla vita eterna.

Le manifestazioni attorno alle reliquie sembrano appartenere alla religione popolare, ma forse fanno parte in realtà di quella «teologia in azione» tanto amata da san Giovanni Paolo II, che integra l’espressione concettuale rendendo accessibile «il senso universale del mistero del Dio Uno e Trino e dell’economia della salvezza sia in maniera narrativa sia, soprattutto, in forma argomentativa», per «illustrare contenuti teologici quali, ad esempio, il linguaggio su Dio, le relazioni personali all’interno della Trinità, l’azione creatrice di Dio nel mondo, il rapporto tra Dio e l’uomo, l’identità di Cristo che è vero Dio e vero uomo» (cfr. Fides et Ratio, 66). Inoltre, in tutto ciò che si fa in onore delle reliquie, il momento forte è sempre la liturgia, centrata sui sacramenti e sulla parola di Dio. È questo che produce ciò che san Paolo chiama i segni dello Spirito: pace, gioia, conforto, riconciliazione, fortezza... (cfr. Gal 5,22).

La liturgia, come fatto simbolico, si apre bene a questa catechesi. In Oriente e in Occidente la dimensione liturgica del culto delle reliquie è sempre stata volta a rendere sacramentalmente presente la persona del santo. Ciò che è appartenuto al corpo del santo ce lo rende effettivamente presente così come egli era in questa vita, nella sua stessa carne e nelle sue ossa… Si instaura quindi un legame fortissimo tra l’atto liturgico posto in relazione alle reliquie e l’intercessione del santo a cui tali reliquie si riferiscono. 

Dimensione esemplare

La venerazione delle reliquie dei santi ha avuto sempre grande valore nella Chiesa. La presenza della reliquia del santo ci riporta alla concretezza storica, perché è un modo per ricordare la testimonianza che ci ha lasciato in eredità.

Se non possiamo dimenticare che, per grazia, il corpo di un battezzato è tempio dello Spirito Santo, dobbiamo credere che ancor di più lo è quello di un santo, perché ha vissuto nella carne questa santità, comunione di grazia con Dio, e il suo corpo è stato abitato dalla stessa grazia. La reliquia permette di mantenerci quasi in contatto con questo corpo. E mentre noi veneriamo la reliquia, chiediamo al santo che ci sostenga con la sua intercessione, ravvivando in noi la fede, la speranza e la carità, le virtù teologali che sono la meta ultima del nostro cammino quotidiano. Per questo le reliquie hanno avuto un ruolo importante anche nel combattimento contro lo spirito del male: la reliquia non è amata dal diavolo, proprio per il suo essere una realtà fisica in speciale rapporto con la grazia.

Questa venerazione, se è autentica, ci deve portare ad imitare il santo, ad incarnare nella propria vita il suo ideale di conversione totale a Dio. Venerare le reliquie di un santo o di un beato significa fare di lui un punto di riferimento per raggiungere più speditamente la meta, che è l’unione con il Signore. È importante serbare nel cuore quanto lui ci ha insegnato e cercare di metterlo in pratica sempre di più. Baciare le sue reliquie in chiesa, ma allo stesso tempo non dimenticare la devozione nella quotidianità della vita. Solo così si è veramente devoti di un santo.

Dimensione taumaturgica

La concezione del potere taumaturgico delle reliquie dei santi fu diffusa fin dai primi secoli, e non è giusto considerarla legata esclusivamente alla devozione popolare sviluppatasi nel tardo medioevo. Nel Nuovo Testamento troviamo testimonianze sul valore attribuito a ciò che può mettere in contatto con la persona che ha il carisma di guarire. Pensiamo all’episodio della donna che tocca il mantello di Gesù (Mt 9,20-22). Ma se questo miracolo può essere interpretato nel senso che la fede della donna è così grande che le basta un contatto minimo, negli Atti degli Apostoli abbiamo la dimostrazione di un uso taumaturgico dell’oggetto: «Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano» (At 19,11-12).

Per gli studiosi il potere miracoloso dei santi si manifesta in tutta la sua pienezza là dove riposano i loro corpi o le loro reliquie. Questa energia è concepita come un irraggiamento che emana dal deposito sacro. È dunque importante avvicinarsi al corpo santo, toccarlo. Qual è il fondamento teologico e spirituale di questa fede? Per comprendere bene bisogna tener presente la concezione mistico-antropologica dell’esperienza di Dio come viene fatta dai santi. L’esperienza della grazia ha il potere di trasfigurare la persona in tutta la sua integralità. Il corpo del santo, come la sua anima, viene penetrato dalla luce divina e reso anch’esso luminoso. Questa luce trasfigurante viene vista fondamentalmente come energia che può guarire, in quanto proveniente da Dio stesso. Quindi le reliquie di un corpo che durante la vita si è lasciato penetrare totalmente dalla grazia, rendono partecipe di questa grazia chi le venera, perché in un certo senso la contengono ancora. Ciò che è appartenuto a un santo mi può mettere in relazione con lui e con la sua esperienza di Dio. 

Conclusione

Secondo la prassi consolidata e approvata dalla Chiesa, il culto pubblico è permesso soltanto per le reliquie che si riferiscono a santi e beati riconosciuti ufficialmente, autenticate dall’autorità competente. Vi sono due classi di reliquie: la prima classe è costituita dal corpo (ex corpore o ex ossibus) di un santo o beato ed è destinata solo al culto pubblico; la seconda invece è costituita dagli indumenti (ex indumentis) o dagli oggetti che sono stati in contatto con il corpo del santo o del beato, vivo o morto. Gli oggetti che sono stati a contatto con la tomba hanno solo un valore devozionale. Nessuna reliquia si può assolutamente vendere o comprare, perché è cosa sacra.

Per finire: il santo non può essere compreso se non mettendosi con lui alla scuola di Gesù. Venerando le reliquie, il credente vive con il santo un’esperienza personale, unica, spesso decisiva per la sua vita. In un certo modo, il passato del santo non gli interessa, perché lui è nel presente, nell’oggi. Nella reliquia il credente incontra la persona del santo, e questa contemporaneità, vissuta nella fede, dispone il credente a interrogarsi sul senso della propria vita e a ricercarne la pienezza spirituale nella grazia del Risorto operante in lui.