L’AMORE VERSO I NOSTRI BEATI E VENERABILI

Per la Famiglia Paolina esempi di vita santa sono il Beato Giacomo Alberione e il Beato Timoteo Giaccardo. Con loro altri Venerabili ci mostrano cosa ha compiuto il Signore nella loro vita, vivendo in modo eroico le virtù cristiane.

Dobbiamo credere che, insieme con Cristo, grazie alla comunione dei santi, tutti coloro che ci hanno preceduti nella casa del Padre sono vicini e presenti a noi, sono interessati alla nostra vita e alla nostra missione. Anzi, coloro che veneriamo come «santi» sono proprio i più presenti, i più attivi, i più interessati alla nostra persona e alla nostra missione.

Il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, l’11 gennaio 2010 affermava «Attraverso il veicolo sempre vivo della parola i nostri fratelli continuano ad animare e ad illuminare il nostro pensiero, il nostro spirito; vengono in qualche modo a vivere dentro di noi. Questa parola… chiede soprattutto di essere ascoltata. Chi l’ascolta e crede, senza contestare, accoglie un dono di luce che illumina la mente, che guida i passi e si traduce in testimonianza di vita».

 

Modelli da imitare. Nei primi paragrafi della Costituzione Divinus perfectionis Magister si afferma che, considerando la vita di chi ha fedelmente seguito Cristo, siamo incitati a ricercare la Città futura e ci è insegnata una via sicurissima attraverso la quale possiamo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo la vocazione propria di ciascuno.

«I santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore», scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est (n. 40). E parlando ai postulatori delle Cause di canonizzazione, il 17 dicembre 2007, ribadiva che il mondo di oggi ha bisogno di figure di santi che suscitino nell’uomo gioia e senso di imitazione: «I santi normalmente generano altri santi e la vicinanza alle loro persone, oppure soltanto alle loro orme, è sempre salutare: depura ed eleva la mente, apre il cuore all’amore verso Dio e i fratelli. La santità semina gioia e speranza, risponde alla sete di felicità che gli uomini, anche oggi», affermava il Papa.

Ricordiamo che «quando la Chiesa e i teologi studiano e contemplano i santi e ne propongono la venerazione e l’imitazione – affermava in un’intervista mons. Marcello Bartolucci, Segretario della Congregazione – non fanno altro che indicare percorsi sicuri per arrivare alla verità di Dio e penetrare nel mistero della Chiesa, che è santa e santificatrice».

I santi ci mostrano come nelle più svariate condizioni ambientali, sociali, politiche è possibile imitare Cristo e praticare la carità. Con il loro stile di vita, dimostrano che una determinata forma di vita e di azione apostolica offre la possibilità di realizzarsi come persone e come cristiani. Infatti, la devozione verso i santi ci ricorda che il Signore ha messo in ciascuno il germe della vocazione alla santità, e anche se la strada è spesso stretta e faticosa, porta alla piena realizzazione di noi stessi.

Gli esempi che i fratelli e le sorelle della Famiglia Paolina ci offrono è quindi un motivo di fiducia: ci indicano una via sicura per la quale possiamo avanzare. Dobbiamo dunque raccogliere e tener viva l’eredità della testimonianza, dell’insegnamento e della mediazione di questi fratelli e sorelle. Seguendoli, saremo sempre più sicuri di adeguarci alle esigenze della nostra vocazione e missione, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

 

Protettori e intercessori. Con gli abitanti del cielo noi formiamo un solo corpo, una sola famiglia, una sola Chiesa (cfr. LG 59). La comunione con i santi ci congiunge a Cristo, dal quale promana ogni grazia. È quindi giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo, perché sono anche nostri fratelli e benefattori. Per essi rendiamo grazie a Dio e ricorriamo alle loro preghiere ed aiuti per impetrare dal Padre grazie mediante il Figlio suo Gesù Cristo (cfr. LG 50).

Questo vitale consortium, di cui parla il Vaticano II, si traduce nell’intercessione, fondata sull’intensità del rapporto di amicizia che c’è tra Dio e l’intercessore. I Servi di Dio pregano uniti a Cristo, ma pregano anche con noi e per noi, per la Famiglia Paolina, per le sue opere a servizio della Chiesa e del mondo. Così si realizza concretamente la communio sanctorum, che è insieme comunione dei santi e comunione delle cose sante: grazie alla comunione con un Beato posso avere parte ai benefici procurati dai suoi meriti.

La prospettiva della Chiesa non è quella di istituire degli intermediari per accedere a Dio, ma di prendere atto della fecondità della grazia di Cristo, che non esclude la partecipazione all’unica mediazione del Redentore. La nostra debolezza è dunque aiutata dalla sollecitudine dei «santi», e noi li invochiamo perché ci illuminino, ci guidino nel discernimento apostolico, ci suggeriscano gli aggiornamenti necessari per le iniziative di bene... La loro presenza viva e operante in mezzo a noi è garanzia per il nostro futuro nella fedeltà al dono ricevuto.

 

È nostro dovere conoscerli e farli conoscere. Il Concilio afferma che la galassia della santità è vasta e differenziata, e non va appiattita in un generico orientamento verso il bene. È un’inesauribile sorgente di ispirazione e di progettualità. Immagini viventi del vangelo, i santi ne interpretano lo spirito più genuino e sono lo specchio che riflette il volto di Gesù Cristo, il Santo di Dio (cfr. Gaudium et spes, 23).

Con la conoscenza dei nostri testimoni si approda a un originale approfondimento del carisma paolino, non tanto ad opera della speculazione teologica quanto attraverso la scientia amoris, di cui i santi sono gli specialisti. Questa è la via che, più di ogni altra, suscita la «nostalgia» della santità, secondo l’affermazione, oggi più che mai attuale, di san Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Evangelii nuntiandi, 41).

Il cammino di santità a cui siamo chiamati, è lo stesso che hanno percorso «in modo esemplare», prima di tutto il nostro beato Fondatore, ma anche il suo più fedele collaboratore, il beato Timoteo Giaccardo, i venerabili Francesco Chiesa, Andrea Borello, Maggiorino Vigolungo, Tecla Merlo, M. Scolastica Rivata e gli altri membri della Famiglia Paolina che ci hanno lasciato orme sicure nella via della santità. I rispettivi profili biografici mostrano aspetti concreti del carisma paolino, illuminato in maniera speciale dalla testimonianza di santità di ognuno di essi.

Il patrimonio di tanti fratelli e sorelle, religiosi e secolari, che il carisma paolino ha orientato sulla via della santità, facendone dei capolavori di umanità e di grazia, di capacità di donazione totale alla missione, è prezioso. In particolare ci domanda di essere valorizzata, in maniera sapiente e diligente, l’eredità di coloro le cui virtù eroiche sono state riconosciute dalla Chiesa.

Come? In due modi soprattutto: impegnandoci a conoscere sempre meglio queste figure eminenti in modo da renderli davvero nostri modelli di vita, ispirandoci ai loro esempi, riattivando in noi le esperienze di santità che rappresentano, affidando alla loro intercessione le nostre preoccupazioni, le nostre iniziative apostoliche, i nostri bisogni… E poi, impegnandoci a farli conoscere, dentro e fuori della Famiglia Paolina, in modo che anche altri possano godere del dono che noi abbiamo ricevuto e che non abbiamo il diritto di tenere nascosto, perché appartiene alla Chiesa.

 

Tutti coinvolti e corresponsabili. L’11 gennaio 2010, il Prefetto della Congregazione delle cause dei santi affermava che oltre all’indispensabile elemento tecnico-giuridico, le cause hanno una forte dimensione pastorale, ecclesiologica e spirituale che dovrebbe coinvolgere tutti gli attori, nel nostro caso tutti i membri della Famiglia Paolina. Tutti dovremmo sentirci coinvolti nel far conoscere i nostri testimoni come esemplari della sequela Christi e nel favorire la disponibilità all’imitazione e all’implorazione di grazie e favori. In tal modo «si rafforza e si sviluppa un sentimento di vicinanza psicologica ed esistenziale con i santi, una affinità del cuore e della mente, una simpatia affettiva e spirituale, una communio spiritualis, che, mentre tiene viva la fama sanctitatis et signorum, sfocia in una vera e propria pedagogia di santità».

A questo aspetto giuridico va aggiunto l’aspetto pastorale. «Si tratta – affermava il card. Amato – dell’accompagnamento di tutto l’iter giuridico con l’interesse e la preghiera da parte degli attori, in modo tale che il responsabile della causa non sia solo il postulatore, come spesso accade, ma la comunità ecclesiale». E augurava una sinergia ricca di entusiasmo e di partecipazione, nella quale tutti siano effettivamente coinvolti. «Tutti insieme – continuava il cardinale –, interessandosi alla figura di un servo di Dio e dedicandosi con la richiesta di intercessione all’iter della sua causa, mostrano, a se stessi prima ancora che agli altri, che questo cammino è vivo e non si riduce soltanto a qualcosa di burocratico, che viene più o meno efficacemente portato avanti da qualche navigatore solitario. Questo interesse mostra la vitalità di una causa e permette anche il necessario discernimento per identificare, tra i favori e le grazie ottenute, il presunto miracolo da presentare in Congregazione».

Si deve dunque mantenere vivo il clima spirituale adeguato, con l’impegno di pregare il Signore perché voglia glorificare nella sua Chiesa i nostri fratelli e sorelle, che si sono distinti nella testimonianza evangelica, nella vocazione e nella missione paolina.

Gli aspetti sopra considerati sfociano nell’aspetto spirituale, che «è non solo lo scopo ultimo di tutto il percorso di una causa di beatificazione e canonizzazione – concludeva il card. Amato –, ma anche il contesto naturale dell’intero iter processuale. Il farsi carico del dulce pondus della causa non è solo l’intraprendenza e la devozione del singolo postulatore, ma occorre l’attiva partecipazione di tutto un ambiente, del quale il postulatore è interprete e portavoce, in un clima che accompagna, promuove e alimenta le singole tappe del cammino. Potremmo parlare, in un certo senso, della spiritualità di una causa di beatificazione e canonizzazione».

 

Un importante traguardo. Nei cento e più anni di vita della Famiglia Paolina sono già maturati tanti frutti di santità, che sono il sigillo più nitido della provvidenza di Dio, nella storia, sull’autenticità del carisma apostolico del Beato Giacomo Alberione. Egli stesso affermava: «I santi sono la prima ragione d’essere di ogni Congregazione, sono il miglior collaudo del suo spirito, delle sue Costituzioni, del suo sistema pedagogico-formativo».

«Ogni santo – affermava ancora il card. Amato l’11 gennaio 2010 – è una parola nuova che Dio dice alla Chiesa e all’umanità. Dobbiamo chiederci: qual è la parola precisa che il Signore, mediante la proposta di questo suo servo, vuole indirizzare a noi? Qual è l’asse portante della spiritualità di questo servo di Dio, affinché diventi a sua volta un punto di riferimento anche per noi?». E anche per la Chiesa e per la società. Uno dei punti concernenti le nostre cause riguarda infatti la necessità di coltivare e raccogliere le espressioni della fama di santità dei nostri canonizzandi, evitando qualsiasi forma di culto esterno che possa apparire come un modo di prevenire il giudizio della Chiesa.

Con certa frequenza, fratelli e sorelle della Famiglia Paolina, e anche amici e simpatizzanti, esprimono il desiderio di vedere dichiarati santi il nostro Fondatore e gli altri Paolini e Paoline in processo di canonizzazione.

Non dobbiamo dimenticare le parole di san Paolo VI ai membri della Famiglia Paolina il 28 novembre 1974, parlando di Don Alberione: «Guardate, tocca a voi renderlo beato, canonizzarlo, fare vedere davvero che è stato un fenomeno di vita religiosa, cristiana e spirituale. E voi, con la vostra fedeltà date il documento di prova, lo testificate che è degno di essere così onorato, così riconosciuto». Queste parole sono valide anche per gli altri candidati: tocca a noi il compito di portare in cuore e di testimoniare con la nostra vita la fedeltà dei «modelli» della vocazione paolina. Sarà il modo migliore di collaborare alla glorificazione dei nostri canonizzandi, ma anche il più importante contributo alla gloria di Dio e al bene degli uomini.

Inoltre, la santità è l’ideale più alto e più esigente che siamo stati chiamati a realizzare. È il dono più prezioso che possiamo offrire ai nostri fratelli e sorelle e ai destinatari della nostra missione. Ed è pure il traguardo che dobbiamo avere il coraggio di proporre a tutti, specialmente ai giovani, che tendono sempre a grandi ideali per i quali valga davvero coinvolgere la propria vita.

Solo in un clima di santità vissuta e sperimentata i giovani avranno la possibilità di scoprire il disegno di Dio sul loro futuro, di apprezzare e di accogliere il dono delle diverse vocazioni ecclesiali, in particolare quelle di speciale consacrazione, e quindi di realizzare scelte coraggiose di vita.